Atlante dell’arte italiana

FONDAZIONE MARILENA FERRARI

 
Autore  Opera
 

Pino Musi. Italia antica
di Pino Musi

Mettersi, alla maniera dell’incisore antico, sulle vie del Grand Tour. È un lavoro che cavalca il tempo a ritroso, costruendo distese vive di memoria, cataloghi di voci, di scavi attenti. Per vivificare le luci che diedero vita alle ombre. 
L’esperienza è straordinaria, oggi, non tanto e non solo perché l’idea stessa di monumento e di paesaggio che ci portiamo dentro nasce da quelle visioni, da quelle esperienze, ma anche perché su di esse la nostra cultura contemporanea ha costruito l’idea stessa di bellezza artistica.
Nella ricerca contemporanea l’autore di fotografia è spinto, inevitabilmente, a identificare e sviluppare un nuovo punto di vista e a elaborarlo sino a farlo diventare linguaggio, specificità espressiva. Ciò avviene, di norma, evitando di percorrere le vie già note, di posare lo sguardo sui motivi la cui stessa importanza storica, moltiplicata all’infinito dal consumo turistico, ha fatto sì che il processo di stereotipizzazione – quello per cui importa assai più riconoscere che conoscere davvero, per cui la cosa fondamentale è apporre la giusta didascalia a ciò che si sta vedendo e non lo stesso guardare – abbia logorato, svuotandola, la bellezza dei luoghi.
Sottrarsi allo stereotipo, a quel déja-vu caleidoscopico che ottunde la coscienza dello sguardo, è una sorta di cautela necessaria, di necessità che la massmedializzazione dei monumenti ha imposto.
Eppure. Eppure quei luoghi sono quelli della nostra stessa civiltà, e quelle forme sono quelle su cui il nostro concetto di bellezza si è fondato e si è formato. Cosa accade se la ricerca del bello necessario, della durata e dell’intensità dell’immagine, di cui sono da sempre in cerca, si misura nuovamente con le sue premesse ultime? Cosa accade se io, autore di oggi, misuro la mia continuamente rinnovata e verificata ipotesi di bellezza sui paradigmi storici della bellezza che riconosco immortale? Perché immortale, questa bellezza, è certamente, se ha saputo fondare un mondo e poi sopravvivere tanto all’offesa dei secoli quanto a quella della sua cartolinizzazione, del guardare usa-e-getta tipico dell’oggi.
Mi sono dunque messo in viaggio. Portando con me tutte le certezze e le sapienze d’immagine che ho maturato, ma anche i dubbi, le ipotesi, le perplessità, le istanze critiche che rendono la mia esperienza una continua, estrema scommessa. E ho guardato il Colosseo e Paestum, la Valle dei Templi e i Fori. Scrutando e dibattendo con me stesso tutta l’eredità low che li ha patinati d’abitudine e di educata indifferenza, e alimentando questa analisi con la riflessione storica intorno al fatto che un mito si è impastato a queste pietre, fatto di altra arte e di letteratura, di storia e, in generale, di civilizzazione. E cercando di ritrovare, al fondo, una sorta di fede, così ben espressa anni fa dal poeta Ghiorgos Seferis: “In altri termini occorre, io credo, una fede in questi antichi segni entro il loro paesaggio: la fede che essi abbiano un’anima.”
Delucidare. Questa parola mi ha accompagnato, come un motivo di riflessione profondo, per tutto il viaggio. Ovvero prendere coscienza estrema della trama fittissima di condizioni e di precognizioni che si attivano nel momento stesso in cui mi pongo davanti al monumento. E attuare, nel tempo compatto e teso in cui si svolge il processo concentrato delle scelte, quello che fa emergere l’immagine dal magma dei possibili, un’opera di pulizia da tutte le retoriche, da tutti i luoghi comuni, da tutti i saputi non necessari. Per ritrovare, infine, la ragione autentica della bellezza di quei segni, per ascoltare davvero la loro anima.
Ecco che dunque il mio personale Grand Tour ha assunto una misura diversa di tempo e di spazio, si è fatto confronto con l’antico, capace di vedere nuovamente, di porre le domande giuste alle forme, alla luce, al luogo. Di sapermi moderno proprio perché consapevole di questa antichità, delle sue ragioni, dei suoi cromosomi.
Ha scritto Fernando Pessoa che “i viaggi sono i viaggiatori, ciò che vediamo non è ciò che vediamo ma ciò che siamo”.
Tappa dopo tappa, assaporando ogni volta il peso specifico dei luoghi, ho letto la continuità che conduce dall’architetto di Agrigento a Le Corbusier, dall’artefice della Tomba di Cecilia Metella a Mario Botta, da loro mediterranei a noi mediterranei.
Ho decifrato la misura, e intuito la dismisura: perché la verità vera, ci ha ricordato Juan Ramón Jiménez, è che “el infinito / está dentro”.
 

Musi Pino

Colosseo, Roma, 2008-2010

Fori Romani, 2008-2010

Appia Antica, Roma, 2010

Cerveteri, 2010

Paestum, 2010

Pantheon, Roma, 2010

Pompei, 2010

Siracusa, 2010

Valle dei Templi, Agrigento, 2010

Villa Adriana, Tivoli, 2010