Atlante dell’arte italiana

FONDAZIONE MARILENA FERRARI

 
Autore  Opera
 

Grand Tour
di Flaminio Gualdoni

“Torno a parlare della trasformazione in demoni cui furono sottoposte le divinità greche e romane allorché il cristianesimo conquistò il predominio del mondo. La fede popolare attribuì allora a quegli dèi un’esistenza sì reale, eppure maledetta, concordando del tutto, in tale opinione, con la dottrina della Chiesa. Quest’ultima non dichiarò affatto che gli antichi dèi fossero chimere, come avevano sostenuto i filosofi, e parti della menzogna e dell’errore, ma li ritenne piuttosto spiriti malvagi, i quali, rovesciati dalla fulgida vetta della loro potenza in seguito alla vittoria di Cristo, sopravvivevano ora sulla terra, nell’oscurità di antichi templi in rovina o di foreste incantate, allettando alla perdizione – con le loro seducenti arti diaboliche, con voluttà e bellezza, specialmente con danze e canti – i deboli cristiani che vi si smarrivano.”
Così Heinrich Heine, nel 1854, in "Gli dèi in esilio". A dire di un tema complesso della cultura e della tradizione occidentale, certo, ma anche a insinuare un sapore tutto particolare nel versante antiquario del viaggio in Italia che tutti, aristocratici e intellettuali, curiosi e "bon vivants", compivano un tempo nel Bel Paese.
Gli “antichi templi in rovina” e le “foreste incantate” sono le spezie fortemente aromatiche di un viaggio altrimenti alla ricerca della solarità e della bellezza trasparente; sono i brividi magici e oscuri che, in tipico clima postromantico, affiorano da un passato mitico e atavico, sentito come quello delle origini stesse; sono, soprattutto, ciò che rende l’Italia un Paese unico, e la sua conoscenza un’esperienza, non solo estetica, irripetibile.
Certo, si viene in Italia per Roma, Napoli e Firenze, come recita il titolo del "voyage" del 1817 di Stendhal, che così esordisce: “Slanci di gioia, cuore in tumulto. Quanto sono ancora pazzo a ventisei anni! Vedrò dunque la bella Italia!” Si viene per la grande pittura – si ami il tonante Michelangelo o il divino Guido Reni – e per il mito del Rinascimento, favoleggiando di Gonzaga e Medici ed Este, di palazzi e velluti, di stiletti e liuti. E si viene per il suo paesaggio impareggiabile, per la luce alta e la natura incontaminata, talora selvaggia, per i limoni e le arance d’oro, per il mirto e l’alloro (“Conosci tu il paese dove / fioriscono i limoni? / Nel verde fogliame splendono arance d’oro / Un vento lieve spira dal cielo azzurro / Tranquillo è il mirto, sereno l’alloro / Lo conosci tu bene? / Laggiù, laggiù / Vorrei con te, o mio amato, andare!”: la poesia di Johann Wolfgang Goethe è divenuta, quasi, slogan della meraviglia d’Italia).
Ma si viene anche, e forse soprattutto, per il suo cuore di tenebra antico, per le rovine che parlano di Roma, per le pietre su cui s’è impressa l’ombra di Venere, e le acque ove Diana si bagnava, e i boschi ove amoreggiavano le ninfe. Per la terra di Cesare e di Augusto, di Cicerone e di Orazio, anche, dopo che già per secoli i pellegrini l’avevano percorsa seguendo le orme di Pietro e di Paolo.
Terra pagana quanto terra cristiana per eccellenza è l’Italia, in attesa che i tragitti della storia riscoprano la Grecia.
Ma l’Italia è, resterà, comunque di più; è già, lo si riconosca esplicitamente o no, la radice vera della civiltà d’Europa. In un anno drammaticamente cruciale per la storia recente e per la coscienza nostra, il 1937, sarà Julius von Schlosser a scrivere di "magistra latinitas" e "magistra barbaritatis": il mondo romano e il mondo romano-cristiano che civilizza la barbarità e fertilizza l’Europa, l’antichità e il medioevo, appunto. Si viene per l’antico, da subito, europei orgogliosi d’un’Italia non ancora, allora, consapevole e orgogliosa di sé. Almeno dal 1670, quando Richard Lassels con il "Voyage of Italy", or a "Complete Journey through Italy", inaugura la moda del Grand Tour. Ma non è un caso che solo pochi anni prima, nel 1666, venga istituita su iniziativa di Lebrun e Colbert l’Académie de France a Roma, luogo istituzionale di soggiorno e studio per artisti: perché gli artisti, loro, le antenne sensibili per eccellenza della civiltà, la scoperta l’hanno già fatta da gran tempo.
Sono artisti ad aiutare il papa Paolo II Barbo a raccogliere un’importante raccolta di antichità nel romano Palazzo di Venezia e a restaurare monumenti come gli archi di Tito e di Settimio Severo. Sono artisti a coadiuvare Sisto IV Della Rovere quando, nel 1471, fa collocare la Lupa, lo Spinario, il Camillo, il Costantino al Palazzo dei Conservatori, facendo nascere di fatto i Musei Capitolini. Soprattutto sono artisti, Donato Bramante in testa e attorno a lui Michelangelo, Raffaello, Sansovino, a far rinascere nella Roma dei papi la Roma antica, esemplificata nel cortile del Belvedere in Vaticano, straordinaria raccolta di statue classiche, voluto da Giulio II Della Rovere. È, davvero, il mondo nuovo che riscopre il vecchio, l’Italia e l’Europa che, grazie all’arte, si riconoscono nel proprio tesoro di civiltà.
A tutto questo pensa certo Goethe quando a Malcesine, sul lago di Garda, sta disegnando “la vecchia torre costruita sulla roccia viva”. Il podestà del luogo lo prende per una pericolosa spia, non immaginando altra spiegazione possibile: è Goethe a illuminarlo sul fatto che “molti viaggiatori vengono in Italia per vedere le rovine” e per raffigurarle “centinaia e centinaia di volte”.
Da quei viaggi, da quelle “centinaia e centinaia” di immagini, poi divenute migliaia e migliaia, sono nati veri e propri musei cartacei. Proprio come il "Museum Chartaceum", raccolta di tesori d’Italia in forma di disegni, avviato nel 1620 da Cassiano dal Pozzo, patriarca di tutti noi che, ancor oggi, ai musei di carta – così come a quelli concreti – restiamo fedeli. O come il "Voyage pittoresque" dell’Abbé de Saint-Non, 1781-86, monumentale, che in quel “pittoresque” mette ben più che il “pittoresco” con cui lo tradurremmo: mette la curiosità, il gusto della scoperta e della rarità, il piacere estetico e il godimento dell’intelligenza, la vocazione a non percorrere le strade consuete, l’aristocrazia della cultura come forma fastosa d’esperienza e di vita.
“Se si eccettuano le carovane di fedeli dirette alla Mecca, non c’è flusso di viaggiatori stranieri che sia rimasto del pari fedele al medesimo itinerario, dalle Alpi, a Roma e a Napoli...”, lamenta nel 1861 Thomas Adolphus Trollope, in "A Lenten Journey". E già prima di lui James Dennistoun, autore delle memorabili "Memoirs of the Dukes of Urbino, Ilustrating the Arms, Arts & Literature of Italy", 1440-1630, nel 1845 invita al piacere di “rinvenire nella chiesa di un qualche villaggio di montagna un ignoto dipinto degno del Vaticano o del Louvre”.
Già il Cinquecento impone, subito dopo Roma, una tappa a Tivoli. Dal Settecento s’impone una visita obbligatoria alla meraviglia delle meraviglie, tale da fare della pur unica Napoli, addirittura, solo la sosta verso la quintessenza dell’antico. Si scavano dal 1738 in poi, per volere dei Borboni, Ercolano e Pompei, e dal 1757 i volumi delle "Antichità di Ercolano" portano in tutta Europa la scoperta. Pompei si fa, nell’immaginario dei viaggiatori dei secoli passati come del nostro, una sorta di mito splendente e drammatico che la natura ha fissato per noi.
Se una scoperta archeologica può cambiare la storia dell’arte e del gusto, Pompei ne fa rivoluzione. Il Laocoonte, il Torso del Belvedere, il "Marco Aurelio" reinventano la scultura del Cinquecento tanto quanto l’arte di Pompei sommuove telluricamente la pittura, la decorazione: non solo per gli intonaci rosso pompeiano che invadono, con le grottesche rinnovate, gli arredi chic, ma soprattutto per la potenza con cui destabilizzano le certezza acquisite d’ogni artista: su su sino ai più inquieti e geniali, su su sino al Pablo Picasso che qui, nel 1917, si riscopre mediterraneo.
 

Blechen Carl

Amalfi Skizzenbuch, 1829

Temporale sulla campagna romana, c. 1929

Bonington Richard Parkes

Palazzi sul Canal Grande, c. 1826

Both Jan

Scena di strada a Roma, c. 1640

Corot Jean-Baptiste Camille

Lago di Piediluco, Umbria, 1826

La città e il lago di Como, 1834

Marietta à Rome, 1843

Cozens John Robert

I due grandi templi di Paestum, XVIII d.C.

The Colosseum from the North, 1780

Dahl Johann Christian

Veduta da una finestra del Quisisana, 1820

De Heusch Jacob

Il Ponte Rotto con veduta immaginaria di Roma, c. 1770

Ducros Abraham-Louis-Rodolphe

Arco di Costantino, XVIII d.C.

Colosseo, XVIII d.C.

Granet François Marius

Colonnes dans le Colisée, 1802-1819

Vue de la Trinité des Monts et de la Villa Médicis, 1808

Grignion Charles

An Assassination near the Porta del Popolo, 1790

Hackert Jakob Philipp

Rovine di Pompei, 1799

Harding James Duffield

Il Canal Grande a Venezia, 1835

Jones Thomas

An Excavation of an Antique Building Discovered in a Quarry at the Villa Negroni, Rome, c. 1777

The Cappella Nuova outside the Porta di Chiaia, Naples, 1782

Lingelbach Johannes

Veduta immaginaria di Roma, 1655

Pars William

The Campo Vaccino, 1775-1782

Patch Thomas

A panoramic view of Florence from Bellosguardo, 1775

Reinhold Heinrich Carl

Grotta con ponte presso Sorrento, 1823

Robert Hubert

Rovine antiche utilizzate come bagni pubblici, 1798

Schellinks Willem

Paesaggio invernale con il Tevere e il Ponte Molle, c. 1665

Towne Francis

The Temple of the Sibyl, Tivoli, XVIII d.C.

Turner Joseph Mallord William

Il campanile di San Marco e Palazzo Ducale, 1819

Santa Maria della Salute, scena notturna con razzi, 1840

Valenciennes Pierre-Henri de

Vue de Rome au matin, 1782-1784

Van Poelenburgh Cornelis

Rovine dell'antica Roma, 1620

Vernet Claude-Joseph

Veduta di Napoli, 1748

Von Dillis Johann Georg

Il Quirinale da Villa Malta, 1818

Von Heydeck Adolf

Tetti di Roma, 1815

Wilson Richard

Tempio della Sibilla a Tivoli, 1752