Atlante dell’arte italiana

FONDAZIONE MARILENA FERRARI

 
Autore  Opera
 

Il Laocoonte
di Ercole G. Massi

Descrizione compendiosa dei Musei dell’antica scultura greca e romana nel Palazzo Vaticano, Roma 1877

Gabinetto del Laocoonte. Gruppo meraviglioso scolpito da Agesandro e dai suoi figli Polidoro e Atenodoro, cittadini e sommi artefici nativi di Rodi, famosa per scuola insigne di arte, i quali avrebbero lavorato in Roma circa i primordi dell’Impero romano. Fu discoperto nella vigna di Felice de Fredis alle sette Sale presso le Terme di Tito Augusto sull’Esquilino nell'anno 1506 sotto il pontificato di Giulio II, nella stessa nicchia di un palazzo di questo Augusto, in domo Titi imperatoris, ove Plinio dice essere stato anticamente esposto e sommamente ammirato. Questo celebre scrittore lo giudica per opera tale da dover essere preferita ad ogni altra sia di pittura che di scultura. Plinio vuole ancora che questo gruppo sia composto d’un sol blocco di marmo, ma Michelangelo che vi andò ad osservarla insieme col Sangallo per incarico ricevuto dallo stesso glorioso pontefice, riconoscendone subito l’eccellenza, e lo chiamò miracolo dell’arte, con maggior avvedutezza asserisce essere diviso in tre parti così mirabilmente riunite, da richiedere l’attenzione di persona assai esperimentata per iscoprirne l’artifiziosa giuntura.
Personifica nel modo il più esatto la famosa descrizione di Virgilio nel 2° libro dell’Eneide.
Laocoonte figlio di Priamo, è già caduto seduto sull’ara mentre offre un sacrifìcio a Nettuno, del quale era sacerdote. Sebbene prossimo a soccombere egli vedesi dignitosamente rassegnato al suo infelice destino. È in atto di sforzarsi a distrigar se stesso ed i suoi figli accorsi pel salvarlo dalle molteplici spire ed avvolgimenti dei due mostruosi serpi, mandatigli contro dalla sdegnata Pallade; a punirlo per essersi voluto opporre ai destini della ruina di Troja, col contrariare l’introduzione nella medesima città del famoso cavallo Durateo. È una composizione classica, inarrivabile per l’espressione somma di un dolore profondamente sentito, che si rileva esternamente nell’aspetto dei pazienti e nella contorsione delle loro figure. Con maestria d’arte veramente sublime viene espressa la figura del padre, che col cuore crudelmente trafitto, più che dai morsi dei due terribili serpi, prevede prossima la distruzione della patria ed assiste inutilmente allo strazio presente dei figli che gli cadono dallato, vittime innocenti ancor eglino della crudele vendetta della Dea.
Le mani e le braccia dei figli sono di ristauro eseguito dal Cornacchini nel secolo XVII, anteriormente di stucco o di creta.
Il braccio destro del Laocoonte fu maestrevolmente lavorato da Fr. Gio. Angelo da Montorsoli in terra cotta per ordine di Clemente VII.
Il Canova ed altri artisti di merito distinto, opinarono peraltro che il braccio dovesse ripiegarsi ed appoggiarsi sul capo. Il braccio marmoreo non finito, che vedesi posto in un angolo del Gabinetto, è opera come vedesi dallo stesso Montorsoli abbozzata pel ristauro della figura.
 

Avelli Francesco Xanto

Piatto con Laocoonte, 1530

Bandinelli Baccio

Studio dal Laocoonte, c. 1520

Laocoonte, 1520-1525

Bazzi Giovanni Antonio, il Sodoma

Laocoonte, c. 1506

Benvenuti Pietro

Laocoonte combatte il serpente, c. 1795

Boldrini Niccolò

Caricatura del Laocoonte, c. 1550 (e Tiziano Vecellio)

Brustolon Andrea

Laocoonte e Toro Farnese, c. 1679-1680

Dente Marco

Laocoonte, c. 1517-1519

Laocoonte, 1522-1525

Genga Bernardino

Anatomia per uso et intelligenza del disegno, 1691

Maderno Stefano

Laocoonte, 1630

Mazzola Girolamo Francesco, il Parmigianino

Testa del Laocoonte, c. 1530

Primaticcio Francesco

Laocoonte, 1543


Laocoonte, I a.C.


Coppa con Laocoonte, 1530-1535