Atlante dell’arte italiana

FONDAZIONE MARILENA FERRARI

 
Autore  Opera
 

Gabriele Basilico. La giusta distanza
di Gabriele Basilico

Quando lo sguardo si estende e si dilata nello spazio fisicamente delimitato, è naturale che le persone, i gruppi, e anche il traffico vengano “assorbiti” dal paesaggio, in lontananza, come è sempre accaduto fin dalle origini della fotografia e, ancor prima, nella pittura di genere. Da quando la fotografia esiste, non ha mai smesso di essere un efficace strumento di misurazione del mondo. E anche quando i percorsi e l’evoluzione della ricerca in campo artistico hanno messo in discussione la sua attitudine documentaria, la fotografia non si è mai completamente liberata del suo valore simbolico di testimonianza.
Penso che, da quando il mondo si è messo a correre più velocemente, realtà e immagine del mondo si siano sovrapposte e amalgamate in un insieme quasi indistinguibile. Da un certo punto della storia in poi, il mondo ha coinciso con la propria immagine.
Nelle mie fotografie non ci sono ritratti di persone e l’uomo è quasi sempre assente, tranne che nelle visioni d’insieme o nelle riprese che inquadrano campi molto larghi e distanti, dove inevitabilmente le figure si confondono con il lontano. È una mia scelta di campo quella di affidare all’architettura e al contesto il compito di esprimere in modo reale e simbolico, come se ci fosse una delega virtuale, i contenuti sociali che l’obiettivo vuole registrare.
La questione dello spazio ha fin dall’inizio attraversato il campo operativo e mentale della mia fotografia. Sia che si tratti di architettura, di monumenti classici, di edifici moderni e contemporanei, di paesaggi, di ampie vedute panoramiche o di periferie urbane, il rapporto con lo spazio è stato e continua a essere un’esperienza insostituibile dello sguardo per costruire l’immagine che lo interpreta e che lo rappresenta. Mi rendo conto che può sembrare un po’ riduttivo rinviare la complessità, la storia e la bellezza di ciò che sta davanti ai nostri occhi a un problema di spazio, ma nello spostamento che il corpo del fotografo compie sul terreno alla ricerca del giusto punto di vista, per definire i limiti dell’inquadratura e per cercare la giusta distanza nei confronti del soggetto, c’è la consapevolezza di un gesto semplice, radicale e decisivo: quello di escludere ciò che sta fuori e di riordinare ciò che sta dentro. La ricerca del punto di vista e della giusta distanza dal soggetto sono quindi una scelta semplice ma fondamentale per il progetto fotografico, nel pieno rispetto delle regole prospettiche che allo spazio danno forma.
È vero che la rappresentazione prospettica imprime un grande valore simbolico allo spazio in funzione del punto di vista e della distanza dal soggetto.
È anche evidente che la prospettiva centrale monumentalizza uno scenario urbano, per esempio con edifici disposti simmetricamente ai lati di una strada, come quinte teatrali. Per contro, la rappresentazione prospettica “accidentale”, quella con due punti di vista disposti sull’orizzonte, permette, attraverso la visibilità o l’impedimento visivo dei punti di fuga, un senso di continuità spaziale, come di uscita da un labirinto o la sua negazione: l’architettura chiusa in se stessa.
Al di là del rispetto per la riconoscibilità dei luoghi, pilastro irrinunciabile della fotografia che utilizza il linguaggio documentario fin dalle origini, la libertà compositiva – intesa anche come opzione di rappresentazione dello spazio – è per me il dispositivo protagonista che guida la costruzione geometrica dell’immagine. Ma è non solo una testimonianza “fedele” della realtà, bensì la sua interpretazione soggettiva. È il dialogo sensibile che oscilla tra questi due aspetti che dà all’opera del fotografo una specifica identità. Una spazialità conchiusa o una spazialità fluida sono quindi due varianti di una rappresentazione che racconta il luogo reale, ma soprattutto il luogo interiore che l’autore vuole sovrapporre e far coincidere a quello reale.
Ponendomi di fronte a queste architetture, considerate la quintessenza della misura rinascimentale, ho scelto di applicare tale libertà compositiva a soggetti di densissima identità: densa per le implicazioni di cultura che essi portano in sé, densa per i riverberi di pittoresco che lo sguardo turistico odierno vi proietta.
Ma le forme dell’architettura sono prima di tutto, in questo caso, “la” forma, e il momento germinale in cui la prospettiva prende a esistere e ha generato l’idea stessa di visione, e dunque anche la fotografia.
Questo mio Rinascimento è dunque anche un modo per riflettere oggi, nella misura concreta dell’esperienza dei luoghi, sulle ragioni più profonde dello spazio e della rappresentazione, come “un pensiero che – ha scritto Carlo Emilio Gadda –, traverso fortune, non intermetta dall’essere eterno”: ma anche come pensiero ogni volta ripensato, e ogni volta ritrovato, concretamente, in un’immagine.
 

Basilico Gabriele

Campidoglio, Roma, 2011-2012

Castello Sforzesco, Milano, 2011-2012

La Rotonda, Vicenza, 2011-2012

Maschio Angioino, Napoli, 2011-2012

Palazzo Ducale, Urbino, 2011-2012

Palazzo Ducale, Venezia, 2011-2012

Palazzo Farnese, Roma, 2011-2012

Palazzo Medici-Riccardi, 2011-2012

Palazzo Pitti, Firenze, 2011-2012

Palazzo Te, Mantova, 2011-2012

Piazza della Signoria, Firenze, 2011-2012